ARMONIE ED EMOZIONI NELLA SALA DELL’AFFRESCO

SALA PRINCIPALE

Visita la prima Sala dell’affresco

STUDIOLO

Visita la seconda Sala dell’affresco

IL RESTAURO

Il complesso della Rocca di Sala Baganza nel tempo ha subito diverse trasformazioni strutturali e molteplici interventi di restauro. Alle demolizioni ottocentesche è sopravvissuta la stanza dell’ Apoteosi che il biografo genovese Ratti citava nel ‘700 come “Sala dell’ Udienza”.
L’apparato decorativo fu iniziato presumibilmente nel 1726 da Sebastiano Galeotti (1676 – 1741 o 46), fu terminato nel 1727, come attesta la data posta su una tabella  in un angolo del soffitto.
La raffigurazione riprodotta sulla volta vuole rappresentare allegoricamente la “Virtus Farnesiana”.
Mentre le pareti, invece di essere dipinte da boiserie, sono decorate  da stucchi che arricchiscono anche  il camino e al posto di  stoffe nelle campiture si preferiscono raffinate scene monocrome a finto rilievo.
L’apparato decorativo mostrava svariate problematiche di conservazione: distacchi dell’intonaco dal supporto murario, crepe e fessurazioni di varia entità, macchie causate da infiltrazioni d’acqua soprattutto attraverso le canne fumarie (che hanno quindi veicolato anche le particelle carboniose del nero fumo all’interno delle murature fino a raggiungere gli intonaci dipinti). L’intera superficie presentava uno spesso deposito di polveri e patina carboniosa che offuscava  la percezione dell’ opera nella sua splendida magnificenza.

Restauro eseguito da Mondadori Restauri di Noemi Mondadori
In totale sono stati impiegati tre anni di lavoro per il completo restauro dell’affresco e dell’esterno dell’edificio

L’edificio dell’affresco

Nell’autunno del 1726, dopo la conclusione della decorazione pittorica del grande appartamento del principe Antonio, Sebastiano Galeotti pone mano agli affreschi della sala dell’angolo sud-ovest della Rocca. Anche qui significato e stile sono strettamente collegati e scinderli significherebbe non penetrare appieno nell’esoterico messaggio degli affreschi, ove mitologia, allegoria e simbolismo si completano a vicenda, e non si può quindi comprendere il valore estetico dell’opera senza compenetrarne il messaggio, anche se può apparire oscuro: le Arti, le Virtù pubbliche e private, il lavoro dei campi ed i commerci che i Farnese avevano, o pretendevano di aver promosso nel Ducato, li troviamo tutti riuniti in un fantasmagorico carosello che non ha nulla da invidiare alle grandi apoteosi delle famiglie romane e fiorentine. 

Chi era Sebastiano Galeotti?

Galeotti Sebastiano, figlio di Domenico e di Maria di Bastiano Vignoli, nacque a Firenze il 22 dicembre 1675 e...

…venne battezzato il giorno successivo nella chiesa di S. Maria Novella. Il 24 maggio 1695 sposò Maria Domenica, figlia di Federigo Crivellini. Le fonti sono concordi nel riconoscere in Alessandro Gherardini il maestro nella cui bottega il G. venne avviato alla pittura. Al 1700 risale la prima opera datata conosciuta dell’artista: si tratta della decorazione di cinque lunette del chiostro di S. Domenico nel convento di S. Marco a Firenze, una delle quali reca la data e la firma dell’artista.

Pochi anni più tardi, nel 1704, fu sicuramente a Bologna alla scuola di Giovan Giuseppe Dal Sole come testimonia anche una lettera del 1706 in cui Pietro Dandini riferisce di una “fede del Sig.re Bastiano Galeotti Pittore” fatta due anni prima a Bologna. Tale informazione trova conferma nel manoscritto di Marcello Oretti (sec. XVIII, c. 6), dove il G. è ricordato tra gli “Scuolari di Gioanni Giuseppe dal Sole”; dopo il ritorno a Firenze, il classicismo del maestro bolognese appare influenzare lo stile del G. come rivela anche l’analisi della tela, siglata “SG”, con Rebecca al pozzo. In mancanza di datazioni precise fornite da documenti, sembra possibile riferire agli anni successivi al viaggio a Bologna la decorazione di un soffitto (siglato con le lettere “SG” intrecciate e “F”) nell’arcispedale di S. Maria Nuova a Firenze dove lo stile gherardiniano sembra coniugarsi con la correttezza bolognese. Dall’agosto del 1705, anno dell’iscrizione, fino al marzo 1710 il G. appare citato in diversi documenti dell’Accademia del disegno di Firenze. A questo periodo (1706-10) è riconducibile la decorazione del salone di palazzo Quarantotti a Pisa dove sulla volta il G. quasi replicò il soggetto (Il Mondo assiste al trionfo della Felicità pubblica) dipinto poco prima da Sebastiano Ricci in una delle sale di palazzo Marucelli a Firenze: è indubbio infatti che l’opera del Ricci influenzò profondamente il Galeotti. Al 1709 è riconducibile la pala con l’Immacolata e s. Gennaro in S. Iacopo sopr’Arno a Firenze; mentre sono andati perduti gli affreschi in S. Orsola a Firenze e nel collegio di S. Frediano a Pisa.

L’anno seguente (1710) il G. si trasferì a Piacenza con la famiglia – la moglie e i due figli Giovanni Battista e Giuseppe – prima nella parrocchia di S. Antonino, fino al 1715, e poi in quella di S. Martino in Borgo, dal 1716 al 1717, dove occupò una casa di proprietà del conte Antonio Scotti. Nel palazzo Scotti dipinse un ciclo pittorico su tela e a fresco con Storie di Alessandro e Storie di Ercole, non rintracciato. Agli anni piacentini sono da riferirsi gli affreschi delle sagrestie di S. Giorgio Sopramuro (1710-11), dove lavorò probabilmente con Francesco Natali (residente a Piacenza nel 1711), e di S. Dalmazio, il soffitto dello scalone di palazzo Mulazzani e forse quello del “camerino” con Zefiro e Flora di palazzo Farnese. Soprattutto in S. Giorgio e in S. Dalmazio l’eco dello stile del Gherardini appare evidente nel morbido snodarsi delle figure nello spazio realizzate “sottinsù” e nell’uso di colori vibranti.

Nel 1712 il G. fu in Brianza come documenta una lettera di Francesco Natali al marchese Carlo Dosi di Pontremoli; è possibile che siano da ricondurre a questo periodo gli affreschi di palazzo Muggiasca a Como (Ratti, 1769, p. 364) e quelli della villa Il Pizzo a Cernobbio.

Nel settembre del 1714 il Galeotti era a Parma forse per insegnare disegno a Elisabetta Farnese , e dove, benché mantenesse casa a Piacenza, già dal 1715 ricevette numerose commissioni di lavoro. In questo anno, conclusi entro settembre gli affreschi dell’oratorio della Beata Vergine delle Grazie, dove nella cupola offrì un esplicito omaggio al Correggio, il G. attese a quelli della distrutta chiesa di S. Teresa (Parma, Galleria nazionale), per la quale dipinse anche una pala d’altare raffigurante La Vergine con il Bambino e s. Antonio da Padova (Parma, Monastero delle carmelitane: schizzi preparatori per gli affreschi e la tela). Nel 1716, anno in cui venne scoperta al pubblico la cappella di S. Agnese nel duomo di Parma, alla cui decorazione (perduta) aveva lavorato con Pietro Righini, il G. risulta partecipare a una seduta della Confraternita del Suffragio a Piacenza: in relazione a questa presenza la critica riferisce al 1716 circa anche la tela con la Vergine con il Bambino e le anime del purgatorio già nella chiesa del camposanto vecchio di Borgotrebbia, ora nella chiesa di S. Giorgio a Piacenza. In questi anni è tuttavia ancora a Parma e nel Parmense che si concentra il maggior numero di opere eseguite dall’artista.

Si tratta degli affreschi sulla volta dello scalone e nel salone di palazzo Pallavicino, databili tra il 1716 e il 1725, della Gloria di s. Giovanni Abate per la cappella di S. Agata in duomo, dove lavorò con Pellegrino Spaggiari (1717-19), di tre stanze in palazzo Sanvitale (1719-20), di un quadro con la Trinità (perduto) per l’oratorio dei Rossi (1719), dell’oratorio di Vedole presso Colorno, finanziato dalla duchessa Dorotea Sofia e benedetto nel 1720, delle tele nella sagrestia dell’oratorio dell’Assunta a Fontanellato (1720), della cappella della Beata Vergine degli Angeli in duomo (1719-21), di tre cappelle nella certosa, consacrata nel 1722, dove il G. lavorò accanto a Francesco e Giovan Battista Natali, della tela con S. Ubaldo nella chiesa di S. Sepolcro (1723), dell’affresco (perduto) sulla facciata di S. Caterina (1726).

Nel terzo decennio del secolo, e sempre in territorio farnesiano, il G. decorò il presbiterio e poi il coro della chiesa di S. Giovanni in Canale a Piacenza (1721-22); ed è probabile che da questa città inviasse la pala per l’altare maggiore del santuario della Madonna di Caravaggio a Codogno (finita di pagare nel luglio del 1722): per questa stessa chiesa, sicuramente entro il 1725, dipinse La morte di s. Giuseppe. Una vera e propria capacità imprenditoriale e organizzativa permise al G. di gestire contemporaneamente anche impegni in altre città. Perduti gli affreschi nei palazzi Calderara, Simonetti e Cusani a Milano, è invece rimasta testimonianza della presenza dell’artista a Torino dove venne chiamato per decorare la galleria e un salotto di palazzo Guarene (1722 circa). In questa città “conosciutosi il suo merito da quel Re”, ebbe inoltre l’incarico di decorare la volta dell’atrio dell’appartamento reale del castello di Rivoli con lo Sposalizio di Bacco e Arianna per il quale ricevette il saldo il 14 nov. 1722. Dopo il primo viaggio a Torino fu a Pinerolo con Pietro Righini dove affrescò la volta della sagrestia e del presbiterio della chiesa della Visitazione (1723-24) e poi a Vicenza impegnato nell’ornamentazione del salone e di due stanze attigue in palazzo Porto-Breganze, probabilmente in occasione del matrimonio tra Ludovico Porto e Lucietta Garzadori (1724-25).

Tra il 1724 e il 1727 dipinse per Antonio Farnese (duca dal 1727) anche un vasto ciclo di affreschi con allegorie moraleggianti in diverse stanze della rocca di Sala Baganza. Nel 1728 partecipò con altri artisti alla realizzazione delle scene per il teatro Farnese di Parma in occasione dello spettacolo allestito su libretto di C.I. Frugoni per le nozze del duca Antonio Farnese ed Enrichetta d’Este e per lo stesso teatro restaurò il sipario dipinto da Sebastiano Ricci. Il Ratti (1762, c. 220v) ricorda che fu grazie all’interessamento presso Antonio Farnese del marchese Giovanni Battista Spinola che il G. poté recarsi a Genova, dove è ricordato come “parmigiano”, per decorare la chiesa dei padri somaschi dedicata a S. Maria Maddalena; prima di giungere in questa città è probabile che il G. si recasse a Lodi dove affrescò alcune sale in palazzo Modignani, la cui costruzione era stata ultimata nel 1726 e, forse nello stesso periodo, dipinse anche la tela con S. Francesco di Sales nella chiesa di S. Filippo. Stilisticamente molto vicini agli affreschi di palazzo Modignani sono anche quelli del salone della villa Barni a Roncadello, presso Lodi. Nel 1729 il G. giunse a Genova con la famiglia e in questa città rimase fino al 1736. All’inizio del soggiorno genovese risale la decorazione della chiesa di S. Maria Maddalena affidata al G. in collaborazione con il quadraturista genovese Francesco Maria Costa, ma conclusa improvvisamente con il suo licenziamento, per motivi ignoti, nel 1734. Negli stessi anni il G. affrescò due salotti di palazzo Negrone (1730), la cappella della villa che la stessa famiglia aveva a Genova-Pra, la volta dell’oratorio del Cristo Risorto a Savona (1736 circa), dove fu affiancato dal figlio Giuseppe (che aveva già lavorato con lui in S. Maria Maddalena), il santuario della Beata Vergine del Ponte a Pontremoli (1735-38), un salotto in palazzo Spinola di Pellicceria a Genova con il Convito per le nozze di Amore e Psiche, che gli venne saldato il 26 sett. 1736.

Partito da Genova verosimilmente sul finire del 1736, nell’aprile del 1738 ricevette un pagamento dai Sanvitale di Parma e, probabilmente nello stesso anno, ornò la cappella della Madonna della Cintura nella chiesa di S. Agostino a Cremona (Cremona, Museo civico), dove, nelle figure di Daniele e degli Angeli, replicò quelle già dipinte nelle chiese di Genova e di Savona. L’analisi stilistica permette inoltre di datare al quarto decennio anche gli affreschi e parte della tela sulla volta del salone di villa Crotti (ora Zaccaria) a Bordolano e quelli della cappella dell’ex collegio don Bosco a Casalmaggiore, presso Cremona, entrambi siglati con le lettere “SG” intrecciate. Al 1740 sono invece riferiti gli affreschi nel coro di S. Francesco a Lodi e probabilmente anche quelli della biblioteca del collegio dei barnabiti nella stessa città.

Nelle opere realizzate nel corso del quarto decennio si nota un sensibile cambiamento stilistico sia nelle “gigantesche figure” sia nel “disegno vigoroso e deciso”, variazione che caratterizza anche l’opera grafica riconducibile a questo periodo, dove prevale una accentuazione delle linee spezzate e dei rapidi tratti di acquerellatura a pennello.

L’intensa attività del G. si concluse a Torino dove, seguendo l’itinerario della sua vita scritta dal Ratti, fu nominato direttore dell’Accademia reale. A quest’ultima fase risale l’importante impresa decorativa del teatro Regio per la quale si impegnò, nella “sottomissione” del 15 apr. 1740, a realizzare il sipario, gli affreschi sul soffitto e sul proscenio e i “quadri” per la “corona” (il palco reale) in collaborazione con Michele Antonio Milocco, oltre che l’ornamentazione della sala e di due stanze in palazzo Tana, entrambe perdute. Nel 1741, in compagnia di Giuseppe Galli Bibiena, venne chiamato dalla Congregazione del Santuario della Ss. Vergine di Vicoforte di Mondovì per stimare i lavori già realizzati da Pietro Antonio Pozzo: il parere (7 genn. 1741) fu negativo; seguì una “transazione” (18 gennaio), dove il G. è ricordato residente a Torino e al servizio del re; e in una adunanza del 28 marzo 1741 l’amministrazione del santuario “approvò nuovi accordi con Galeotti e Bibbiena”. Per quest’ultimo incarico il G. realizzò sicuramente alcuni progetti e bozzetti per i quali ricevette pagamenti relativi alla carta, ai pennelli e ai colori utilizzati il 7 giugno e il 10 ag. 1741. Il 20 novembre, infine, è il figlio Giovan Battista a chiedere 242 lire per il “modello ossia disegno da detto fu suo padre formato”, poiché il G. era morto circa un mese prima “assalito da febbre etica”. Il G. fu sepolto il 16 ott. 1741 nella cattedrale di S. Francesco a Mondovì (Carboneri, 1955, p. 31).

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